Una tiepida mattina di fine ottobre. Decido di fare un giro nella zona basse di viale Mario Rapisardi, in quella parte di Catania popolata da gente di ceto sociale medio-alto. Saranno tre, forse quattro isolati dove si concentrano anche alcuni amici che ho conosciuto nel tempo tra una chiacchierata e un caffè da 30 centesimi preso nel distributore all’interno di un supermercato. Ho avuto modo, negli anni, di conoscere la povertà in ogni sua impercettibile sfumatura grazie a loro. Persone che portano dentro storie di sofferenza e ricordi da cancellare. Culture e religioni diverse, giovani e anziani, donne, uomini, bambini. Ognuno ha qualcosa da raccontare ma tutte hanno negli occhi la stessa luce e lo stesso accennato sorriso di chi affida tenacemente alla speranza. Spesso scelgono di usare nomi italiani per sentirsi parte di noi o, più semplicemente, perché amano il nostro paese.
Dario ha quasi sessant’anni, appena mi vede mi saluta con il suo amichevole “Buongiorno Roberto” e scambiamo quattro parole davanti a un bicchiere di cioccolata calda.
“Sono qui da sei anni, in Polonia lavoravo come elettricista e avevo una moglie. Ma con tre figli non si riusciva a vivere e ho deciso di trasferirmi in Italia, a Catania, sotto suggerimento di alcuni miei connazionali.
In un primo momento ero riuscito a trovare un lavoro grazie ad un anziano signore che mi ha visto per strada e mi ha consigliato ad una piccola ditta che lavora nel mio settore preferito. Poi i miei problemi alla schiena e il bisogno di sentirmi libero mi hanno costretto di lasciare quel lavoro. Qui nel quartiere mi vogliono tutti bene e mi aiutano volentieri a sopravvivere. C’è anche chi mi ha offerto una sistemazione per la notte ma la mia casa è la strada. Qualche lavoro saltuario mi aiuta a tirare avanti e spesso mi concedo una visita ai miei figli che sono rimasti in Polonia. Spero di poterci tornare al più presto non appena avrò messo qualcosa da parte. Per adesso mi accontento di quel poco che ho”.
Salutato Dario, mi dirigo verso l’incrocio con via Lavaggi dove, accanto al semaforo, incontro Luciana. E’ giovanissima, ha 24 anni e quattro figli. E’arrivata dalla Romania con il marito, la sorella e il cognato. Non è facile strapparle qualche frase ma ci riesco poiché una delle bambine mi sorride accennando qualche parola incomprensibile.
“E’stata dura arrivare fin qui ma ce l’abbiamo fatta. Grazie alla volontà di mio marito e alla bontà di alcune persone, siamo riusciti ad ottenere un piccolo furgone con cui mio marito e suo fratello vanno a raccogliere elettrodomestici usati per poi rivenderli come ferro vecchio. Con lo stesso mezzo effettuano piccoli traslochi guadagnando quanto basta per farci vivere. Io devo badare ai bambini mentre mia cognata lavora come badante presso una signora molto gentile che quasi tutte le domeniche ci invita tutti a pranzo”.
La zona pullula di bancarelle improvvisate, del tipo “mordi e fuggi”, dietro le quali c’è sempre qualche senegalese. Sarim oggi si trova qui per fare compagnia ai suoi connazionali. Lui ha una regolare licenza ed è in regola per poter lavorare nei mercatini rionali. C’è riuscito in buona parte con l’aiuto di molti catanesi.
“Quando sono arrivato ero consapevole di avere poche possibilità se non vendere merce o lavare i vetri delle auto ai semafori. Invece ho conosciuto un gruppo di venditori ambulanti catanesi che mi hanno preso in simpatia e mi hanno aiutato a mettermi in regola per esercitare il mestiere nei mercatini rionali. Ho 29 anni e tutto quello che guadagno lo mando alla mia famiglia in Senegal: ho moglie e due figli. Qui mi arrangio in un appartamento condiviso con altri cinque miei connazionali”.
Un saluto in pieno stile rapper e mi sposto in una delle piazze adiacenti frequentate solitamente da pensionati. Ma c’è anche Eugenio che arriva dalla provincia di Enna ed è ormai a Catania da oltre vent’anni. Anche lui ha la sua storia, i suoi drammi, e me ne parla senza timore.
“Ho perso mia moglie perché avevo il vizio di bere. I miei figli non mi hanno mai più voluto vedere e i miei genitori sono scomparsi poco tempo dopo che io lasciassi il mio paesino. Purtroppo non ho trovato fortuna ma posso contare su molti amici e sui centri d’accoglienza che mi ospitano. Qui a Catania le strutture di aiuto sono molto funzionanti e per questo devo ringraziare tutti coloro che ci lavorano. A 68 anni non posso immaginare un futuro roseo ma l’importante è sopravvivere con quel poco che il buon Dio mi ha donato: la vita e gli amici”.
E’ gente che ha voluto raccontarsi, a differenza di molti che sono diffidenti o poco inclini alle interviste. Ma se comprendono che stai dalla loro parte e ti vedono come un amico a cui si può confidare ciò che il loro cuore racchiude, ti accolgono sempre con un sorriso e , molto spesso, con un abbraccio.
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Citando un brano della intervista : “e il bisogno di sentirmi libero mi hanno costretto di lasciare quel lavoro.”, spero che il nostro amico intendesse “rispettato e motivato” perché se veramente intendeva “libero di non collaborare al proprio fabbisogno sociale” bisognerebbe additargli i milioni di eroi silenziosi che si alzano al mattino con il buio e non si sentono assolutamente “liberi” ma stringono i denti e vanno avanti. Questo tipo di libertà si paga con ciò che succede dopo la scelta di mollare: devono saperlo prima di scegliere la propria disfatta. Solidale al 100% con i veri bisogni… Marco